Care Democratiche e cari Democratici,
eccoci qui. Siamo tanti qui e
siamo stati tanti, tantissimi, nelle oltre duemila feste che abbiamo
organizzato ovunque. Siamo un partito capace di rimboccarci le maniche.
Siamo un partito popolare. Siamo un partito libero, senza padroni.
Abbiamo
radici in ogni luogo del paese e vogliamo bene alle nostre comunità,
ciascuno di noi alla sua. Ma tutti assieme vogliamo bene all’Italia. Le
vogliamo bene e tuttavia non ci piace ancora abbastanza. Ci piacerà
davvero solo quando sarà garantito il diritto di ognuno di studiare, di
lavorare, di aver soccorso nel bisogno, senza discriminazioni e senza
mai dover mendicare un diritto con il cappello in mano. E neppure il
mondo così come è, ci piace abbastanza. Per la violenza che lo agita,
per le guerre e il sangue sparso fino alle porte di casa nostra. La pace
può venire solo dalla libertà. Noi siamo amici di ogni donna e di ogni
uomo che nel mondo ha la forza di alzarsi in piedi e battersi per la sua
libertà e per la sua dignità. Così siamo noi. E sono questi valori che
ci fanno più forti delle nostre debolezze. Questi valori sono le radici,
i rami e le foglie della nostra pianta. Sono la strada che abbiamo
fatto e quella che abbiamo davanti. Questi valori fanno sentire nostra
una storia di emancipazione,
di progresso, di democrazia, lunga più di un secolo e ci consegnano il
compito di essere il partito riformista del secolo nuovo.
Diciamo
questo a Reggio Emilia, città simbolo della nobiltà della politica, nel
cuore stesso della tradizione nazionale, democratica, e progressista
italiana. Città del tricolore, come tutti sappiamo. Ma, aggiungo, città
del Gonfalone e del tricolore, della autonomia e dell’unità della
nazione. Città della Resistenza, delle battaglie partigiane, città di
costituenti: Nilde Iotti, Giuseppe Dossetti. Città del lavoro, della
lotta per l’emancipazione delle terre, per la dignità del mondo operaio,
per lo sviluppo armonico di uno straordinario sistema di imprese.
E
Reggio Emilia, città di oggi, che ancora ci stupisce per come economia e
società riescano a darsi la mano sulle frontiere del futuro:
l’educazione dell’infanzia, l’integrazione dei nuovi italiani.
Grazie
dunque, Reggio Emilia. Grazie al tuo Sindaco, agli amministratori di
tutta la provincia, grazie allo straordinario partito di Reggio Emilia,
alla federazione del PD e a tutti i circoli che si sono impegnati in
questa festa. E grazie ancora una volta ai volontari che con uno sforzo
immenso hanno saputo ripetere il miracolo e ci hanno regalato il più
grande appuntamento di popolo
che si svolga in Italia. Grazie ai volontari di tutte le nostre feste,
piccole e grandi. Un ricordo commosso per Gabrio Maraldi, grande e
amatissimo amministratore del Comune di Ravenna, morto sulla festa, alla
fine del suo impegno di volontario nelle cucine. E un abbraccio ai suoi
amici e compagni di una vita che, asciugate le lacrime, hanno voluto
continuare il lavoro.
Molti non lo sanno, ma poco lontano da qui, nei
paesi del terremoto, si sono comunque tenute alcune feste del partito
democratico. Una cosa incredibile e commovente. Così come incredibile e
commovente, dentro l’impegno di tutti e che va riconosciuto a tutti
nella tragedia del terremoto, è stato l’impegno, lasciatemelo dire, dei
nostri militanti, delle nostre organizzazioni di partito, dei nostri
amministratori di comuni, province e regioni. Davanti ad un compito
enorme: la drammatica emergenza, il primo riparo, le nuove scosse, la
nuova emergenza, e quindi le verifiche di agibilità, gli interventi di
messa in sicurezza, i ripristini; e normative nazionali e regionali da
allestire, i criteri delle operazioni da avviare, le regole per le gare,
per le verifiche, per tener fuori la mafia; reti istituzionali da
attrezzare e da ricomporre a cominciare dai comuni. Stiamo parlando di
quarantamila case, di tremila aziende per trentasemila lavoratori, di
quattrocento scuole danneggiate per diciottomila studenti. Si è fatto un
lavoro enorme e c’è ancora un lavoro enorme e molto lungo da fare; ci
sono difficoltà, problemi, questioni non risolte. Le popolazioni
soffrono ancora e devono sentire tutto il nostro affetto e la nostra
solidarietà. Ma da ottobre nei comuni del terremoto si tornerà a scuola,
tutti i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi torneranno a
scuola. Si è partiti da lì, dalla scuola. Non è questo il più grande
segno di fiducia?
L’Emilia colpita risorgerà, risorgerà come era
prima. Qui non ci saranno new town. Torneranno abitabili le case, si
ricostruiranno le scuole, le fabbriche e i laboratori torneranno a
produrre, i centri storici risorgeranno. E lo faremo con rigore, con
serietà. Sarà un lavoro fatto in casa, come usa qui, senza poteri
esterni o lontani, ma nella trasparenza, nella partecipazione, con i
poteri democratici locali al comando. Faremo vedere ancora una volta che
l’efficienza è figlia di una buona democrazia!
Care Democratiche e Democratici, Cari amici e compagni,
tutta
la grande area dei democratici e progressisti italiani, fatta di tante
teste ma di un solo cuore, è di fronte oggi ad una scelta dirimente, ad
una scelta storica. Il passaggio che abbiamo davanti è un passaggio
d’epoca per l’Europa e per l’Italia. È tempo di uno sguardo largo e
profondo sulle cose. C’è un grande cambiamento in corso e questo
cambiamento si accompagna per l’Italia alla fase più difficile della
storia repubblicana. Per la prima volta il Paese vive un processo di
impoverimento, mentre la democrazia repubblicana soffre di un
indebolimento pericoloso. Ecco allora la semplice e drammatica domanda.
Siamo pronti noi, Partito Democratico e noi democratici e progressisti
italiani, con i nostri valori di uguaglianza, di civismo, di libertà;
siamo pronti a prenderci la responsabilità di governare l’Italia nel suo
momento più difficile? È questo che vogliamo, con convinzione, proporre
agli italiani? O invece vogliamo sottrarci, vogliamo scansare? O invece
ci spaventa scalare la montagna? Ve lo dico col cuore: chiariamo bene
questo prima di metterci in marcia. È una domanda vera, quella che
faccio. Ci sono mille modi, anche dal lato delle culture democratiche,
per sfuggire a questa responsabilità. Li conosciamo. Sono i modi
dell’ambiguità e degli eterni distinguo, della divagazione, della
testimonianza purista che non conosce mediazione, o sono i modi di quel
massimalismo che salva la coscienza e allontana il calice amaro delle
responsabilità e dei doveri. Io dico che se i riformisti italiani si
sottraessero oggi all’appuntamento più difficile non avrebbero diritto
ad averne altri.
Dunque, diremo al Paese che vogliamo prenderci
le nostre responsabilità. Diremo al Paese che conosciamo il nostro
compito: farlo uscire da un destino di arretramento e farlo uscire con
meno disuguaglianza, con più lavoro e con una democrazia funzionante e
pulita. E diremo al Paese che non sarà il compito di un giorno, che ci
vorrà una riscossa collettiva che vada oltre la politica, e che non ci
tremerà il polso davanti alle difficoltà e ai problemi. Rimetteremo in
cammino la fiducia, rimetteremo in cammino una idea di futuro senza
sbandierare favole o miracoli e mettendoci invece a muso duro contro gli
imbonitori, i venditori di fumo che porterebbero il Paese alla
catastrofe.
Sarà un confronto aspro e incerto, quello dei
prossimi mesi. Per tagliare la strada ai riformisti si muoveranno forze
antiche e nuove o travestite “di nuovo”, che si stanno già muovendo, in
realtà. L’atmosfera potrà farsi pesante, le acque si faranno torbide. Ne
abbiamo chiari segni, addirittura attorno al presidio più alto di
tenuta delle istituzioni. Attorno al Presidente della Repubblica.
Attorno ad una istituzione cruciale per l’equilibrio del sistema ed
attorno ad un uomo integro, attorno a Giorgio Napolitano, che saluto da
qui con tutta la nostra gratitudine, la nostra stima, il nostro affetto.
Non passeranno.
State certi che non passeranno. Ma ci vorranno tenuta, convinzione,
grinta. E ci vorrà un’idea forte di cambiamento. Noi ci metteremo dal
lato del cambiamento. Dal lato del cambiamento, ma con tutti e due i
piedi nei valori della nostra Costituzione, la più bella del mondo. Noi
porteremo l’Italia all’incontro con le forze migliori del progressismo
europeo e metteremo le nostre idee nella piattaforma comune dei
progressisti europei. Non c’è destino fuori dall’Europa ma l’Europa così
non va. È dall’Europa che comincia la battaglia di cambiamento. E’
questo che ci ha detto il Presidente Napolitano in un grande discorso
due giorni fa.
Care Democratiche e cari Democratici,
io credo
che agli storici di domani basteranno poche righe per riassumere il
senso delle convulse cronache europee, il senso di quel che è avvenuto
in Europa dagli anni 90 in poi. Quelle righe diranno di un modello
sociale europeo, scosso violentemente dalla globalizzazione di fine
millennio. Diranno del ripiegamento politico e culturale e della
reazione di chiusura che da sempre accompagnano i fenomeni di
globalizzazione. Diranno di una destra politica e di insorgenze
populiste che nel primo decennio del secolo hanno interpretato quel
ripiegamento, vincendo ovunque; forze che si sono inchinate, in
economia, ai mercati finanziari internazionali ed al tempo stesso hanno
accumulato consenso smerciando egoismo, illusorie barriere nazionali,
territoriali, corporative e perfino nuovi razzismi. E quelle poche righe
di storia diranno purtroppo di forze democratiche e di tradizioni
progressiste ferme sulle gambe, scosse, indebolite, prese nel mezzo fra
nobile conservazione e subalternità a ricette di altri. Così siamo
arrivati all’oggi: è stata quella regressione, che ha preso spinta
dall’euro in avanti a partorire “il pasticcio del decennio europeo” come
lo ha chiamato Amartya Sen. Il decennio delle destre e dei populismi,
un decennio che ancora non è spento, che vive ancora. E’ stata quella
regressione che ha reso impotente l’Europa davanti all’esplosione della
crisi finanziaria e che ancora oggi la fa balbettare. Un continente che
balbetta. Un continente che è ancora la più grande piattaforma economica
del mondo. Un continente protagonista della civilizzazione del mondo;
un continente che ha mostrato al mondo come si cancellano le guerre
dalla storia, e che ha mostrato al mondo come si può trovare un buon
equilibrio fra economia e società, quel continente oggi diventa un
problema per il mondo. Perché? Perché dopo quegli anni, davanti alla
crisi, si è trovato orfano della sua vera anima: la grande idea di un
destino comune, la solidarietà, la generosità di un progetto comune, di
un orizzonte da guardare assieme con gli occhi dei cittadini europei,
delle opinioni pubbliche europee e non solo delle burocrazie europee. I
vertici, le riunioni, le dichiarazioni autorevoli e ambigue non sono
bastate e non bastano a colmare quel vuoto profondo. E non porta nulla
litigare sulle ragioni e sui torti. Non è forse vero che i paesi oggi
più in difficoltà hanno perso l’occasione dell’euro per ridurre il peso
dei debiti e fare riforme? È vero. E questo da noi ha un nome e un
cognome: Silvio Berlusconi e compagnia. E non è forse vero d’altro lato,
che la Germania, certo avendo fatto le riforme, ha comunque guadagnato
più di ogni altro paese dall’euro? Anche questo è vero. E non è forse
vero che alla lunga nessuno si salva da solo, nel mondo grande e nuovo.
Nemmeno i paesi più forti? È vero ma non basta più spiegare quel che è
vero. Se si spegne la luce del destino comune, si diventa tutti ciechi,
si perde la strada e ognuno pensa che al buio quello più debole di lui
gli frugherà nelle tasche, gli ruberà qualcosa. Bisogna dunque accendere
la luce di una prospettiva nuova, fermare la deriva, invertire la
strada. È questo il compito culturale e politico dei progressisti
europei. E non è una utopia per il semplice fatto che l’alternativa è il
disastro. Per noi il sogno di Spinelli non è morto. Noi lavoriamo per
gli Stati Uniti d’Europa.
È questo il messaggio che in queste
settimane porteremo all’incontro con i leader progressisti europei
continuando il lavoro che abbiamo cominciato assieme. Noi Progressisti
Europei dobbiamo dire a piena voce quello che vogliamo, dire quale è il
primo passo sulla nuova strada e dire anche dove deve portare la nuova
strada. Il primo passo è rompere la spirale fra austerità e recessione.
Dentro a quella spirale la crisi economica e finanziaria si aggrava, il
distacco cresce, la democrazia si ammala. Il debito non è la causa della
crisi ma in buona misura ne è una conseguenza. Nessun paese sottoposto a
cure massacranti può davvero migliorare i conti. Il rigore è una
condizione assolutamente necessaria, ma non è l’obiettivo. L’obiettivo è
un’economia reale che cammini. In altre parole l’obiettivo è il lavoro.
Su questo le proposte concrete dei progressisti ci sono, proposte che
allentano quella spirale e allo stesso tempo rafforzano il patto comune
fino a portarlo ad una vera unione economica e fiscale.
Proposte
di corresponsabilità nelle politiche di bilancio e nel governo degli
spread, proposte per promuovere investimenti, interventi per la
regolazione della finanza, che deve pagare un po’ di quel che ha
provocato, non deve più avere licenza di uccidere, deve mettersi a
servizio e non a comando delle attività economiche e produttive. Ma
allora, lungo la strada del rafforzamento del patto comune c’è un
appuntamento che non si può più evitare e che riguarda la democrazia
europea. Una ridefinizione della sovranità e della rappresentanza a
cominciare dai paesi dell’euro. La questione non è cedere sovranità. Di
quale sovranità parliamo? Non ce la stanno forse prendendo i mercati, la
sovranità? Altroché “padroni in casa propria” come continua a dire
Tremonti. Padroni di che? La questione è come riprenderci effettiva
sovranità diventando di più cittadini europei e portando la democrazia
ad una dimensione nella quale sia davvero possibile controllare i grandi
fenomeni del nostro tempo. E allora noi proporremo che a compimento
degli interventi contro la crisi e dell’impostazione del nuovo patto
fiscale, all’appuntamento del prossimo Parlamento europeo, si lanci una
fase costituente, una Convenzione per un nuovo Trattato che rafforzi il
processo unitario europeo e il suo assetto democratico. I progressisti
europei e il nuovo governo italiano dovranno farsi protagonisti di
questa iniziativa e cioè di un rilancio coraggioso e ineludibile della
prospettiva europea e proporre un nuovo patto costituzionale fra le
grandi famiglie politiche e i paesi europei; e su questo combattere
davvero e non lasciare più, davanti alle opinioni pubbliche l’iniziativa
a chi lavora a rovescio verso la disgregazione.
Questa grande
prospettiva non ci esime dalle urgenze di oggi. Ci sono appuntamenti
dirimenti in questo mese a livello europeo. Dopo l’esito di riunioni e
di vertici politici difficili da interpretare, quasi fossero scritti
sulle foglie della Sibilla Cumana, in questi giorni finalmente la BCE ha
detto parole chiare. Ma altre parole chiare devono venire a cominciare
dai Governi europei. Le incertezze ci sono ancora. Siamo di fronte
davvero ad una fase di stabilizzazione, di alleggerimento del costo del
debito e dei suoi rischi? O invece i mercati vorranno forzarci a
chiedere un aiuto di cui non conosciamo le condizioni? E’ forse questo
che si vuole? Né Monti né noi abbiamo mai posto la questione in termini
di aiuto. L’abbiamo posta nei termini di una coerente difesa comune
dell’Euro e senza mai rifiutare la disciplina di politiche rigorose e
condivise. Non abbiamo dubbi che davanti a questi interrogativi cruciali
il Governo vorrà promuovere e condividere una risposta nazionale, alla
quale intendiamo contribuire tanto in Italia quanto nelle sedi politiche
ed istituzionali europee.
Care Democratiche, Cari Democratici,
l’Italia
di Berlusconi, di Bossi e di Tremonti, l’Italia della destra è stata
una vera protagonista della disarticolazione dell’Europa. Una
protagonista dell’euroscetticismo, del ripiegamento politico e mentale,
della irresponsabile produzione di una cultura tutta domestica, secondo
la quale ognuno fa il furbo a casa sua e tutti assieme, a Bruxelles, si
sorride in una inutile foto di gruppo. La destra italiana ha picconato
la prospettiva europea e ha messo in ginocchio il nostro paese. La
destra ha portato l’Italia dove non doveva essere. Nel punto più esposto
della crisi, sull’orlo del precipizio. Non dovevamo essere lì, non
c’era ragione che fossimo lì. C’è una responsabilità storica del
berlusconismo e del leghismo. E lasciatemelo dire: una responsabilità di
tutti coloro che per anni si sono voltati dall’altra parte e hanno
finto di prendere per buone le castronerie di imbonitori prepotenti e
rozzi, e lo hanno fatto per opportunismo o per non pagare dazio,
sperando che i buchi nella nave facessero bagnare solo la terza classe.
Nei lunghi anni della destra tutto, ma proprio tutto, è peggiorato e si è
aggravato. Sfregiato il nostro volto nel mondo, indeboliti l’economia e
la società, il lavoro, l’impresa; pregiudicata la stabilità dei conti;
corrosi nel profondo lo spirito civico, la credibilità delle istituzioni
e della politica, il riconoscimento delle regole, il rispetto per il
diverso, la dignità della donna, valori di solidarietà e di uguaglianza.
E’ stata messa a rischio l’idea stessa di comunità nazionale e di unità
del nostro Paese. La civiltà del confronto è stata deformata, facendo
di una persona sola, del suo potere, dei suoi interessi, delle sue
abitudini, il centro della discussione pubblica e della vita del Paese.
Noi rivendichiamo il merito, che non è solo nostro, ma è in grande parte
nostro, di aver fermato quella deriva ad un passo dal precipizio,
mandandoli a casa. Abbiamo consentito e sostenuto una transizione verso
un’altra prospettiva, e lo abbiamo fatto e lo facciamo caricandoci di
una responsabilità non nostra, senza poter fare quello che vorremmo fare
ma facendo invece quello che dobbiamo fare, in nome dell’Italia che è
davanti ad un vero pericolo.
Il Governo Monti ci ha ridato dignità
nel mondo e ci ha tenuti fuori dal baratro. Il Governo Monti lavora in
condizioni molto difficili, con un Parlamento in cui il rapporto di
forza è lo stesso di prima, e con le mani legate dal patto disperato che
Berlusconi e Tremonti hanno dovuto stringere con l’Europa, nell’assenza
di ogni credibilità politica e di ogni risultato di riforma.
Voglio
dirlo qui, davanti a tutti voi. La nostra parola verso il governo Monti
è stata, è e sarà: lealtà. Una parola che dice l’onestà del sostegno e
dice anche della franchezza delle nostre idee e delle nostre posizioni,
in quel che ci piace e non ci piace, in quel che faremmo o faremo
diversamente.
Noi trucchi non ne facciamo, imboscate non ne
facciamo, ricatti non ne facciamo. Siamo anzi a chiedere, con ogni
forza, che Monti non ceda ai quotidiani ricatti altrui. Noi diciamo la
nostra e diamo il nostro contributo fin dove i numeri ci consentono di
arrivare. Noi diciamo da qui, all’Europa e al mondo, davanti a mesi
cruciali, che garantiremo la stabilità del governo Monti. E tuttavia
parliamo senza ambiguità della prospettiva delle elezioni, sempre
naturalmente che Moody’s o Standard and Poors non ce le aboliscano
sostituendole con una consultazione fra banchieri. E chiediamo: ma
qualcuno pensa davvero che noi si possa stare dentro la moneta comune e
fuori dalla comune democrazia europea? Pensiamo di essere figli di un
Dio minore e di non poter fare ciò che tutti gli altri fanno e cioè di
chiedere agli elettori di indicare partiti e maggioranze univoche e
coerenti per governare? O pensiamo al contrario di essere figli di un
Dio maggiore e di proporre anche agli altri le nostre eterne e
fantasiose ricette eccezionali. No. Qui non si tratta di misurare il
tasso di presenza tecnica in un governo. Non si tratta di questo. Qui si
tratta di riconoscere o no le fondamenta basiche di una democrazia. Le
elezioni, dunque. Tocca agli italiani, solo agli italiani e a tutti gli
italiani decidere chi governerà. Noi siamo pronti a prenderci le nostre
responsabilità davanti all’Italia e al mondo. Con parole chiare. Noi
consideriamo la credibilità e il rigore che Monti ha mostrato davanti al
mondo un punto di non ritorno. Ma vogliamo metterci dentro più lavoro,
più uguaglianza, più diritti. Questo è quello che vogliamo. E non è per
noi in nessun modo in discussione quell’asse europeista e di
collocazione internazionale che tutto il mondo ha visto nei governi
Prodi, D’Alema, Amato e nell’azione di Ciampi, di Visco, di Padoa
Schioppa. Quella è la nostra fondamentale ispirazione, il grande asse di
una politica dentro al quale aggiorneremo, nella nuova situazione, le
nostre proposte e la nostra iniziativa.
Parole chiare, le nostre, e impegni seri. E idee nuove, nella nuova condizione dell’Europa e del nostro Paese.
Noi
vediamo la sofferenza degli italiani. Chi dice che siamo fuori dalla
crisi è un irresponsabile, non sa quel che dice. La sofferenza degli
italiani è grande. La vediamo. Vediamo come si spenga la speranza di
lavoro dei giovani, vediamo la condizione di chi il lavoro lo perde o
teme di perderlo. Vediamo l’ansia di artigiani, commercianti,
imprenditori che sentono sfumare o sentono a rischio gli sforzi di una
vita. Vediamo pensioni e salari di milioni di persone che si
assottigliano e non bastano, davanti a prezzi che salgono, a bisogni
familiari che crescono mentre la rete sociale perde colpi, i comuni sono
indeboliti e le disabilità e le povertà estreme perdono aiuto. Non
bastasse, a tutto questo si aggiungono scelte sbagliate che mettono in
difficoltà e a volte nel dramma persone e famiglie, come quelle che si
vedono oggi catalogate nella nuova categoria degli esodati, una
categoria piena di incredibili ingiustizie che vanno assolutamente
sanate. Al Sud gli antichi mali si aggravano, al Nord arrivano problemi
che non si erano mai visti. E tuttavia restano ovunque privilegi, ci
sono ricchezze che ogni giorno fuggono, rifiutando la solidarietà.
Ricchezze che fuggono, povertà che restano. La grande criminalità può
crescere in silenzio, nuotando come pesce nell’acqua della lunga crisi.
C’è troppa solitudine, c’è troppo silenzio attorno ai bisogni. Quelli
che pagano di più la crisi non sono protagonisti: diventano una cifra
per la ragioneria dello Stato o per l’Istat. E la loro impressione è che
tutto il resto non cambi, che chi è al riparo non venga scomodato, non
solo nelle sue condizioni ma perfino nelle sue comode abitudini. Come
stupirsi allora dell’estendersi del disamore, della sfiducia, della
rabbia verso tutto e verso tutti? E come sempre succede, con il disamore
di chi ha ragione di protestare si confonde il frastuono di chi grida
per difendere il suo privilegio, di chi non vuole dare un capello per
alleggerire le condizioni di tutti. E grida, e grida perché la miglior
difesa è l’attacco! Tutto questo lo vediamo ma non c’è solo questo.
Vediamo anche le enormi vitalità, vediamo le risorse morali ed
economiche del paese, vediamo l’onestà e il civismo, vediamo anche nella
crisi la forza buona della creatività e del saper fare italiano che
difende il suo posto nel mondo. Sono energie che hanno bisogno di uno
spiraglio di fiducia, di reazione, di riscossa. È questo il punto di
leva per ripartire! L’Italia ce la farà! È questa la nostra convinzione.
L’Italia avrà il suo posto nel mondo nuovo e darà un futuro alle nuove
generazioni.
Con questa certezza noi, con tutti i progressisti
italiani alziamo la bandiera della ricostruzione e del cambiamento,
alziamo la bandiera di una riscossa italiana.
A Reggio Emilia
prendiamo il nostro impegno, da Reggio Emilia lanciamo la nostra sfida.
Fin qui, dentro a questo rapporto di forze, si è vista chiara comunque
la nostra responsabilità. Con il nuovo rapporto di forze che chiederemo,
con la maggioranza al partito democratico e a un centro sinistra di
governo si vedrà il cambiamento. Il cambiamento, a cominciare dalla
politica, dalle istituzioni, dai diritti, dalla nostra democrazia. È
difficile cambiare finché i numeri ce li hanno quelli che non vogliono
cambiare. A cominciare dalla questione cruciale della sobrietà della
politica. Si dica finalmente la verità. Quel che si è fatto fin qui,
dall’abolizione dei vitalizi al dimezzamento del finanziamento ai
partiti, lo si è fatto su proposta e iniziativa nostra. Quel che non si è
potuto fare e si dovrà fare, a cominciare dalla riduzione del numero
dei parlamentari, non lo si è fatto perché gli altri hanno ribaltato il
tavolo. Questa è la verità. E non accettiamo più, ad esempio, che
parlando di legge elettorale si dica: la politica non riesce a cambiare.
Non esiste “la politica”! Esistono le forze politiche, e ce n’è una, la
nostra, che ha consegnato nel tempo la sua proposta e che ha reso
trasparenti anche i punti di un possibile compromesso. I paletti che
abbiamo messo a quel compromesso non riguardano i nostri interessi.
Riguardano l’Italia. Che la sera delle elezioni si sappia chi può
governare, interessa o no l’Italia? E che un cittadino possa aver voce
nel scegliere il suo parlamentare, riguarda o no l’Italia? E che si
affermi la parità di genere, o che non si possano inventare dalla sera
alla mattina dei finti gruppi parlamentari, interessa o no l’Italia? Non
si dica dunque: la politica! Non si metta tutti nel mucchio. E si
riconosca finalmente, anche per il futuro, che la garanzia per le
riforme può venire solo dalla presenza di una maggioranza riformatrice,
univoca e determinata. E’ questo che ci manca! Noi chiederemo quella
maggioranza agli italiani e ci impegneremo al cambiamento. Le cose da
fare le sappiamo. Non c’è ragione, ad esempio, che non ci sia una
rigorosa legge sui partiti. Non c’è ragione che un parlamentare o un
consigliere regionale guadagnino più di un sindaco; e a partire di li
non c’è ragione che in tutti i campi non ci sia un limite a retribuzioni
o compensi scandalosi; e ancora, non c’è ragione che con un gioco da
ragazzi si manovrino prezzi che impoveriscono le tasche di milioni di
cittadini; altrettanto non c’è ragione che vengano ancora negati ai
cittadini diritti basici, tradendo il terzo articolo della nostra
Costituzione; che si neghino diritti a persone con disabilità, che si
neghi agli omosessuali italiani il diritto all’unione civile o ad una
legge contro l’omofobia, che si neghi alle donne una democrazia
paritaria, che si lascino le donne nell’universo di stereotipi antichi,
nella prigione di pratiche discriminatorie o perfino in balia della
violenza domestica. E non c’è ragione che vengano negati nei luoghi di
lavoro diritti di partecipazione e diritti sindacali. Non c’è ragione di
tutto questo e di altro ancora. E su tutto questo l’esigenza di
rispondere ad un appuntamento di sistema. Da decenni l’Italia è bloccata
dall’impossibilità di produrre un ammodernamento della sua democrazia, e
cioè una riforma vera e organica della seconda parte della
Costituzione. Una riforma sempre promessa e sempre finita in un vicolo
cieco. Governo, parlamento, autonomie e federalismo, regole di base
nuove per la pubblica amministrazione. Un grande progetto di cambiamento
su cui abbiamo le nostre idee per una nuova fase di vita della
Repubblica che si tenga saldamente nei valori fondamentali della nostra
Costituzione. Dopo tante disillusioni sappiamo bene che non basterà
dire: la facciamo, una vera riforma delle istituzioni. Gli italiani di
impegni generici ne hanno sentiti già troppi. Dovremo dire come la
facciamo! Io dico che in coerenza con la proposta di una fase
costituente europea, la nostra prossima Legislatura dovrà essere davvero
costituente ed esordire allestendo uno strumento, a base parlamentare,
che abbia il compito di redigere una riforma della seconda parte della
Costituzione; uno strumento che, questa volta, garantisca per forza di
norma la certezza dell’esito. Ecco allora, amici e compagni: noi
cominceremo da lì, dalla democrazia e dal civismo, perché senza
democrazia e civismo nuovi non potrà esserci risposta economica e
sociale. E cominceremo da cose che si capiscano. Se tocca a me si
comincia dal primo giorno col chiamare italiani i figli di immigrati che
studiano qui e che oggi non sono né immigrati né italiani; si comincia
(se non ce lo fanno risolvere adesso come fermamente vogliamo) rendendo
ineleggibili corrotti e corruttori e andandogli a prendere il maltolto,
come per i mafiosi e introducendo e rafforzando il falso in bilancio; si
comincia non accettando più che la Fiat o l’ENI possano prendere
miliardi di finanziamenti dalle banche senza andare dal notaio mentre
una famiglia che si fa il mutuo per la casa deve lasciare dal notaio
qualche migliaio di euro, e si comincia decidendo che ogni euro ricavato
dall’evasione fiscale andrà al lavoro, all’impresa che investe, al
welfare. E così via, con cose che si capiscano e che parlino finalmente
di un’Italia diversa, di un’Italia che cambia. Un cambiamento per la
democrazia, dunque, e un cambiamento per l’economia e la società.
Non
ci potrà essere riconciliazione fra società e democrazia, se non ci
sarà lavoro, lavoro vero e dignitoso, lavoro che non sia devastato dalla
precarietà, lavoro che abbia voce, che abbia il diritto di esprimersi e
di partecipare. Così ci disse il Cardinal Martini poco prima di
andarsene dalla diocesi di Milano. Il lavoro di tutti, in particolare
dei giovani e delle donne. Noi oggi, in questa crisi gravissima,
difendiamo il lavoro e difendiamo i presidi produttivi minacciati. Da
Reggio Emilia la nostra solidarietà e il nostro sostegno a tutti coloro
che difendono il loro lavoro e a tutti gli imprenditori che si impegnano
a far vivere la loro impresa. Noi saremo con l’impresa che dà lavoro,
che investe, che accetta la sfida. Industria, agricoltura, artigianato,
servizi, pubblica amministrazione: investire, recuperare innovazione e
produttività, creare lavoro: questo è l’impegno. Fermare la recessione,
allargare la base produttiva: questa è la sfida. Ogni nostra proposta ha
e avrà una logica: l’Italia faccia l’Italia e porti nel mondo nuovo il
suo antico saper fare, il suo gusto e la sua inventiva, la sua
flessibilità; l’Italia porti tutto questo sulle frontiere di oggi: le
tecnologie, l’agenda digitale, la qualità, l’efficienza energetica,
l’ambiente, il territorio, la produzione culturale. Useremo in ogni
campo le leve delle politiche industriali e della ricerca che sono
abbandonate da anni. Proporremo alle forze economiche e sociali patti
concreti, esigibili, verificabili, fuori da ogni inutile rito.
Cambieremo l’agenda del paese portando l’attenzione sulle condizioni
concrete di vita e di lavoro degli italiani. Le risorse ci verranno dal
controllo della spesa corrente, sì; dallo smobilizzo di patrimoni
pubblici, sì; dai margini che dovranno venire da un diverso costo del
debito e dalla sua riduzione, sì; ma in particolare dovranno venire da
una chiara e più coraggiosa politica fiscale che sposti il carico
sull’evasione, sulle rendite e sulle maggiori ricchezze a favore del
lavoro, degli investimenti che generano lavoro, a favore della
fondamentale rete sociale e dei consumi della parte più debole della
popolazione e di un ceto medio che la destra ha impoverito. Chiederemo
aiuto e protagonismo agli enti locali, che per noi, l’ho detto mille
volte, non sono la malattia ma parte della possibile medicina e che
dovranno essere messi in condizione di produrre gli essenziali presidi
sociali e una politica di investimenti diffusa. La nostra idea
fondamentale è questa: produrre oggi più uguaglianza significa produrre
una ricetta economica. Con le cure della destra, noi stiamo diventando
uno dei paesi più diseguali al mondo! Una forbice di redditi e di
condizioni troppo ampia soffoca l’economia e distrugge lavoro. Una
migliore distribuzione la puoi fare certamente col fisco, ma la fai
prima di tutto garantendo una base di servizi universalistici: la
scuola, la sanità, le prestazioni sociali di base, la sicurezza, la
giustizia. Pensiamo forse di darci un futuro nel mondo nuovo accettando
in tante aree del paese una paurosa dispersione scolastica e, ovunque
una riduzione e una selezione per censo delle iscrizioni all’università?
O pensiamo che sia un risparmio fare a poco a poco una sanità per i
ricchi e una per i poveri? O pensiamo che ci possa essere crescita con
una giustizia che non è in grado di funzionare per il cittadino comune e
per le imprese? Sappiamo bene che dobbiamo garantire la sostenibilità
economica di questi grandi servizi. Non lo spieghino a noi, per favore!
Ma il nostro modo di fare le riforme non è il loro; in questi lunghi
anni si sono chiamate riforme delle vere picconate al welfare. Dunque,
nelle disuguaglianze e nei divari inaccettabili del nostro paese c’è
anche la traccia per una via d’uscita. Quale vantaggio ha portato al
nord in questi anni aver cancellato dal vocabolario e dalle politiche la
parola mezzogiorno? Quale vantaggio? L’Italia tutta, a cominciare dal
nord, è sempre cresciuta in Europa quando il divario diminuiva. Adesso
il divario aumenta e questo in realtà è lo spread reale più
preoccupante per il nostro destino europeo. A Lamezia Terme, a fine
mese, avanzeremo proposte nuove per il sud e per l’Italia e dimostreremo
lì che non è solo questione di soldi (soldi che comunque non sarà più
possibile rapinare per pagare le multe degli evasori delle quote
latte!). Dimostreremo che le riforme che fanno bene all’Italia fanno
bene anche al sud; e che sono i principi di civismo, di cittadinanza, e
di legalità le risorse per una riscossa nazionale. Lo diremo due anni
dopo l’uccisione di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore, ribadendo la
nostra vicinanza con tutti quelli che sono sul fronte più esposto della
criminalità e delle mafie: amministratori, magistrati, imprenditori,
cittadini comuni. E parleremo da li della sponda mediterranea
dell’Europa, che l’Europa dimentica. Di qua noi, di là un mondo che
affronta incredibili novità; in mezzo un mare silenzioso che nasconde
migliaia di morti: uomini, donne, bambini annegati cercando la vita,
anche in questi giorni. Spesso lo abbiamo sentito ma non sempre abbiamo
ascoltato davvero quello che ci cantava Lucio Dalla. Ci cantava: “Gli
angeli sono gli uomini più poveri e più soli, quelli presi tra le reti”.
Quelli presi tra le reti. Cancelliamo dunque questa vergogna, lanciamo
un ponte di collaborazione economica, culturale, democratica. Facciamo
del sud la cerniera di un’Europa che cerchi anche al sud il suo futuro. E
non accettiamo più la strage di chi cerca la libertà e l’abbandono di
chi cerca rifugio. Come in Siria. Si imponga una tregua alle armi, si
aprano corridoi umanitari, si assistano i rifugiati, se ne vada il
dittatore. Milioni e milioni di persone in tutto il mediterraneo del
sud, in tutto il Medio Oriente aspettano una voce più forte dell’Europa e
dell’Italia perché in quel paese la strage sia fermata. Facciamo anche
noi sentire da qui la nostra voce di sdegno e di solidarietà.
Cari amici e compagni,
sulla
base di tutto quello che ho detto fin qui, il nostro appello largo e
generoso si rivolge a tutte le forze politiche e civiche del grande
campo progressista che siano disposte a prendersi le loro responsabilità
davanti alla sfida più difficile. Ancora mesi duri davanti a noi;
grandi difficoltà sociali, rischi ulteriori di distacco e di
spaesamento; e mesi tuttavia che preparano un appuntamento elettorale
decisivo; mesi nei quali coloro che non ci vogliono non si
risparmieranno nulla, non lasceranno nulla di intentato. Questo dobbiamo
saperlo. Ci prenderemo un impegno per il governo del Paese, un impegno
che questa volta non potrà tollerare nè incertezze nè ambiguità nè
divisioni. La nostra Carta di Intenti, che vi invito a leggere e a far
leggere, propone patti chiari ed esigibili davanti ai cittadini e
solleva con forza una parola: responsabilità. Il nostro percorso sarà un
percorso aperto e democratico. Noi costruiremo la governabilità a
partire dalla partecipazione attiva e vera dei cittadini. È questo il
senso della nostra proposta di riforma della politica. E’ questo anche
il senso delle primarie dei progressisti. Dal primo giorno ho detto: se
toccherà a me non metterò mai il mio nome sul simbolo. Dal primo giorno
abbiamo detto: la trasparenza e le regole democratiche di ogni singola
forza politica sono un patrimonio di tutti, che deve essere esigibile da
tutti. Adesso già in due o tre, lo vedete, si tolgono dal simbolo.
Adesso qualcuno si accorge che la sacrosanta libertà della rete può
ospitare meccanismi di condizionamento e di controllo e che la
democrazia è indivisibile e non consente distinzioni fra l’universo
materiale e quello immateriale. No, basta! I modelli personalistici,
plebiscitari e populisti l’Italia li ha già pagati abbastanza e non deve
pagarli di più! Sono modelli per cui qualcuno suona il piffero
(mediamente un miliardario) e il popolo è a seguire. O modelli nuovi in
cui qualcuno comanda stando in un tabernacolo e non rispondendo a
nessuno. Modelli in cui non c’è più nè destra nè sinistra, in cui non
c’è più la critica ma c’è lo sputo, c’è la pretesa di aver il monopolio
della morale, c’è la domanda aggressiva ma non c’è mai la risposta
seria, vera e concreta. A proposito di chi è nuovo e di chi non lo è,
provino a fare come noi: si mettano in gioco con una partecipazione
vera, a viso aperto e a faccia a faccia con cittadini veri. E discutano
finalmente di Italia con gli italiani in carne ed ossa. Questo saranno
le nostre primarie per la scelta del candidato dei progressisti alla
guida del governo. Si discuterà di Italia non di noi. Per discutere di
noi ci sarà l’anno prossimo un libero congresso. Per discutere dei
parlamentari del PD ci saranno forme vere di partecipazione. Non ci sono
qui, adesso, bilance, bilancini o tribunali da allestire. Qui si parla
di Italia e di come portarla fuori dalle più gravi difficoltà da
sessant’anni a questa parte. Di questo si discuterà stringendo un patto
non ambiguo con le forze politiche progressiste disposte a costruire un
centrosinistra di governo. Le stiamo incontrando in questi giorni. E si
discuterà come abbiamo già largamente cominciato a fare con tutte quelle
formazioni sociali, civiche, culturali che vorranno darci in piena
autonomia il loro contributo davanti ad una politica, la nostra, che
rivendica il suo ruolo, assume le sue responsabilità ma riconosce il suo
limite. E vogliamo che il grande campo progressista si rivolga in modo
aperto a tutte le forze moderate, costituzionali ed europeiste disposte a
mettere un argine alle destre e alle tendenze regressive e populiste
che minacciano l’Europa e l’Italia, disposte ad impegnarsi per la
ricostruzione del Paese e per il rilancio del progetto europeo.
Ecco
allora, Democratiche e Democratici, l’orgoglio e la forza del nostro
Partito. La grande stagione dell’Ulivo di Romano Prodi sollevò con le
primarie la canzone popolare e annunciò il Partito Democratico. Dal
Lingotto ad oggi, in quattro anni la scommessa del Partito Democratico è
stata vinta. Tanto, tanto ancora dobbiamo migliorare, tanto ancora
dobbiamo crescere. Ma siamo il primo partito del paese, un partito di
governo in moltissimi luoghi d’Italia dopo le vittorie amministrative.
Il Pd è la speranza di questo paese. Non la tradiremo a cominciare dal
rispetto che noi stessi dobbiamo portare verso quello che siamo. Il
nostro dibattito deve rafforzare questo rispetto, non indebolirlo.
Riconoscendo tutto quello che dovrà migliorare, sta a noi tuttavia
trasmettere l’orgoglio e la dignità di quello che siamo. A tentare di
demolirci ci pensano gli altri! È il loro mestiere, non è il nostro. Il
rinnovamento del nostro partito è una necessità e una straordinaria
opportunità. Non è questo in discussione. In discussione sono i criteri,
le logiche e i modi di questo rinnovamento. Nelle organizzazioni
territoriali del Partito e nelle esperienze di governo locale si è
largamente messa in campo e si è sperimentata una generazione nuova. Non
abbiamo certo fatto peggio di altre forze politiche né delle imprese,
delle banche, delle università o dei giornali di un’Italia che fatica a
rinnovarsi. Sarebbe apprezzabile che chi ci fa la morale sul bisogno del
nuovo non emettesse sentenze dall’alto della sua inamovibilità! Detto
questo, noi siamo adesso in condizione di spingere avanti questo
rinnovamento e di portarlo a nuove responsabilità nella politica, nelle
istituzioni, e, come tutti vogliamo, nel governo del paese. Chiederò
l’impegno e la generosità di tutti perché il processo cammini e io
stesso mi faccio garante che dal prossimo anno le responsabilità
verranno messe via via e ampiamente sulle spalle della nuova
generazione. Siatene certi, questo avverrà. Rinnovare è un fatto
generazionale e un fatto di genere, ovviamente, che va tuttavia
collegato, altrettanto ovviamente, a criteri di qualità e di merito.
Qualità e merito non li stabilisce il Segretario; nemmeno tuttavia li
certifica il primo che passa per strada. Qualità e merito li misuri in
esperienze vere, là dove sei, esperienze nelle quali si siano potute
riconoscere capacità, competenza e generosità verso l’interesse
collettivo. Questa è la politica, questa è la politica che propone il Pd
a chi vuole impegnarsi; questo è quello che stiamo proponendo a duemila
giovani del sud in formazione da mesi. Questo è quello che stiamo
proponendo all’organizzazione dei Giovani Democratici che sono qui con
noi e che saluto. Generosità vuol dire una cosa semplice. Prima c’è
l’Italia, poi c’è il Pd e il suo progetto per l’Italia poi ci sono le
ambizioni personali. Questo vale per tutti, a cominciare dal Segretario,
che anche per questo non ha voluto mettere se stesso al riparo di una
regola. E con la stessa determinazione ripeto quel che ho già detto: la
ruota girerà ma nel rispetto di tutti, di tutti quelli che ci hanno
portati fin qui, di quelli che hanno avuto la forza di portarci in
Europa e di immaginare e costruire quel nuovo partito dei riformisti che
noi siamo oggi. I principi che ho richiamato e che riguardano il senso
stesso della politica devono accomunarci tutti; tutti, comunque la
pensiamo, se vogliamo che chi è lontano dalla politica o addirittura la
disprezza abbia almeno il sospetto, il dubbio che una politica seria ed
onesta possa esserci e che il Pd possa essere il barlume di speranza di
quella politica.
Dunque, da Reggio Emilia un messaggio di forza,
di responsabilità, di unità del Partito Democratico; un messaggio di
coraggio di un partito che si mette in gioco perché si riduca
l’inimicizia fra politica e società; una richiesta di fiducia verso un
partito che ha in testa una cosa sola: dare una mano all’Italia. Ma da
Reggio Emilia anche un richiamo fermo e forte alla responsabilità e
all’unità del Partito Democratico; un richiamo che sono certo voi
condividete; perché tutti, ma proprio tutti dobbiamo avere cura del bene
comune che è il PD, della speranza per l’Italia che è il PD.
Care Democratiche, cari Democratici,
Cari amici e compagni,
via
dunque le incertezze, via le titubanze, via i timori su questo o quel
passaggio che ci sta davanti. Da domani si parte. Noi non abbiamo paura.
Di che cosa mai dovremmo avere paura? Siamo molto più forti di quello
che pensiamo noi stessi! Sappiamo quello che vogliamo. E per quello che è
ancora incerto, per quello che non vediamo ancora chiaro del futuro,
noi la bussola l’abbiamo! Quegli stessi valori a cui, prima di noi, in
tanti hanno dato forza, quegli stessi valori ci aiuteranno, ci
guideranno. Perché c’è chi ha saputo trovare e dare fiducia, speranze,
certezze in tempi ben più drammatici di quelli che viviamo noi.
Dopo
tanti decenni in noi suonano ancora le parole semplici e contadine di un
grandissimo reggiano, Alcide Cervi che ebbe la forza di dire davanti ai
figli morti “dopo un raccolto ne viene un altro, andiamo avanti,
andiamo avanti”.
Andiamo avanti, per la ricostruzione, per il cambiamento, per la riscossa dell’Italia.
Viva il Partito Democratico. Viva l’Italia.
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