lunedì 30 luglio 2012

Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne, dalla prima all'ultima, non hanno accesso ad una legge dello stato, la L. 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo.

I diritti negati alle atlete

 
 
 
 
 
 
 
Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne non hanno accesso alla legge che regola il professionismo sportivo. Di [Luisa Rizzitelli]

redazione
lunedì 30 luglio 2012 16:04

Ogni volta che, durante una grande competizione, parlo dei diritti che lo sport italiano nega alle atlete, combatto con l'istinto di vedere invece il bicchiere mezzo pieno e non rovinare la festa. Poi, però, mi dico che se non ne parlo soprattutto ora, mentre le Azzurre vincono tantissimo e ci riempiono di orgoglio, non mi perdonerò d'aver sprecato un'occasione. Un'occasione per dire quello che lo sport non dice, quello che le stesse atlete troppo spesso non dicono (e a volte non possono dire).

Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne, dalla prima all'ultima, non hanno accesso ad una legge dello stato, la L. 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo. Perché in quella legge, che offre giuste tutele e regole a chi fa dello sport il proprio reddito prevalente e la propria vita, dice che a decidere quali siano le discipline professioniste in Italia siano le Federazioni Sportive Nazionali. E le Federazioni, a oggi, hanno deciso che ci sono sei discipline professionistiche: calcio (campionati fino alla Lega Pro), basket (fino alla serie A2), ciclismo (gare su strada e su pista approvate dalla Lega ciclismo), motociclismo (velocità e motocross), boxe (I, II, III, serie nelle 15 categorie di peso) e golf. Con un piccolo dettaglio, sono TUTTE maschili. Quindi le donne sono dilettanti: tutte, dalla prima all'ultima. Poco importa se si chiamano Idem, Pellegrini, Vezzali, Kostner, Forciniti. Loro, per lo Stato italiano, lo fanno per diletto. E se ci si tranquillizza immaginando gli sponsor che le aiutano, basterà ricordare che dietro di loro c'è un esercito di sportive sconosciute e senza diritti.

Io l'ho vissuto sulla mia pelle perché ho giocato a pallavolo 12 anni vivendo di quello: 6 ore di allenamento, divisa obbligatoria, niente sabati e domeniche, regole alimentari e persino l'orario di ritirata la sera. Niente male per un diletto pagato con un finto rimborso spese, che sostituiva il compenso per un'attività che aveva tutte le caratteristiche di un lavoro subordinato. È una discriminazione apparentemente incomprensibile in un movimento, quello dello sport, che coinvolge 7 milioni di tesserate e tesserati e rappresenta il terzo aggregato industriale di questo Paese. Una realtà produttiva che costituisce il 3 per cento del Pil.

Eppure, a dispetto di questa rilevanza, la giungla degli accordi e dell'economia sommersa impera: le donne (tutte) e gran parte degli atleti nelle loro relazioni con il datore di lavoro (l'associazione sportiva) si possono barcamenare solo con scritture private che, per dirne una, contengono spesso cose assurde. Come la frequente clausola anti-mamme che prevede il licenziamento in tronco nel caso l'atleta rimanga incinta. In pratica, a meno che tu non sia una atleta Azzurra (il CONI solo da qualche anno e dopo le nostre battaglie ha imposto la tutela della maternità alle Federazioni, ndr), se vuoi fare lo sport come lavoro devi rinunciare a essere madre. Per assenza di regole, sia uomini che donne dilettanti non hanno diritto ad alcuna pensione, non hanno contratti collettivi, non hanno tfr e tutte le forme di tutela doverose per una lavoratrice o un lavoratore.

Ma per le donne ci sono ancora altre cattive pratiche. I montepremi e borse di studio per le donne sono spesso inferiori a quelli maschili. La campionessa di ciclismo su pista Vera Carraro raccontava qualche mese fa: "L'oro dei mondiali vale 20 mila euro contro gli 80 mila della gara maschile". Un quarto. La causa di tutto sono proprio le regole antiche e a volte totalmente assenti. Non lo dico solo io, lo dice anche una delle stelle che stiamo per ammirare a Londra: Josefa Idem, straordinaria canoista da 30 anni nell'olimpo dello sport. Diceva in alcune interviste: "Per lo Stato italiano noi semplicemente non esistiamo. Quando guardate le Olimpiadi e tifate per la medaglia d'oro all'Italia sappiate che, spente le telecamere, torniamo a essere precarie a cui vengono stracciati i contratti se rimaniamo incinte."

Lo sport è una straordinaria esperienza umana ma ha bisogno di regole nuove e di tutele vere per chi (non solo atlete e atleti) opera in questo mondo dedicandogli la vita. L'assenza di una legge quadro nazionale e di un capitolo di spesa della nostra finanziaria destinato allo sport, dimostrano una sottovalutazione inaccettabile. Sottovalutazione che stride con dati a dir poco allarmanti: il 10% della popolazione italiana soffre di obesità, mentre almeno il 42,4% degli uomini e il 26,6% delle donne è sovrappeso. E questo non è un fatto secondario per la spesa pubblica se è vero che in spese mediche per malattie cardiovascolari e diabete se ne va il 6,7% della spesa pubblica, per un costo sociale di 8,3 miliardi l'anno. Altro che spending review...

Chiudo con una chicca: dalla nascita dello sport organizzato in Italia non c'è stata mai una presidente del CONI e MAI una presidente di una delle 45 Federazioni Sportive Nazionali. Sono certa che se ci fossero più donne al Governo del Paese molte cose cambierebbero e se ci fossero più donne nel governo sportivo, forse questo articolo non sarebbe servito. Invece, oggi ci troviamo a parlare di discriminazioni e di uno sport che non vuole crescere in buon senso e regole. E senza le regole, come al solito, le donne sono le prime a rimetterci.

Nella foto di copertina, Rosalba Forciniti. Qui sopra, alcune del 127 atlete azzurre che partecipano alle Olimpiadi di Londra

sabato 7 luglio 2012

Estonia regina delle start-up, ecco la ricetta del successo


Estonia regina delle start-up, ecco la ricetta del successo

L'Estonia è un Paese all'avanguardia nelle sperimentazioni telematiche. Nel 2007 furono i primi a provare il voto on-line. Ora è uno dei Paesi più attivi sul fronte delle start-up, specie se si considerano le sue minuscole dimensioni. La ricetta del successo è composta da formazione, tassazione e attitudini culturali.
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Quando i soprannomi calzano a pennello. In riva al Baltico fioccano le start-up e la E-Stonia si conferma all’avanguardia nel’era 2.0. Centrotrentaduesimo Paese del pianeta per entità territoriale, con una popolazione di appena 1,3 milioni di persone – al pari della sola Copenaghen, per intendersi - l’ex repubblica sovietica rappresenta un raro caso di nazione internettiana, dove l’e-government non è un auspicio, un orizzonte contenuto nei decreti governativi, ma una realtà di fatto.
Nel 2007 Tallin è stata la prima capitale europea a sperimentare il voto on line per le elezioni parlamentari. Carta e marche da bollo sono un lontano ricordo, la firma elettronica è la normalità, perché molti servizi della pubblica amministrazione sono digitalizzati. Grazie alla fibra ottica la rete wireless copre quasi interamente il territorio nazionale. Su queste basi è nato il progetto di una Silicon Valley europea. La maggior parte delle start-up estoni - tra il 60 e il 70 per cento - è infatti impegnata nel campo dell’Ict, in primo luogo nell’elaborazione di software, ma l’obiettivo è quello di allargare il raggio di azione ad altri settori ad alta specializzazione, come le energie rinnovabili e le biotecnologie.
Le start-up nascono spesso nella maniera classica: un gruppo limitato di persone cerca una quantità non ingente di fondi a livello locale – in patria, ma anche in Svezia e Finlandia – per dimostrare la bontà della propria idea. Il passo successivo è volto alla ricerca di capitali sui mercati internazionali, principalmente negli Stati Uniti e in Israele. Costi e tempi per aprire un’impresa, anche grazie al boom dell’informatica, sono inferiori a quelli italiani. Questo spiega perché, secondo il Global Competitiveness Index 2012 del World Economic Forum, l’Estonia si trovi al trentatreesima posto, dieci posizioni sopra l’Italia e davanti a tutti gli altri Stati dell’ex blocco sovietico, compresa quella Polonia che è stato l’unico Paese del Vecchio Continente a non soffrire l’impatto della crisi finanziaria.
La Swedbank ha delocalizzato a Tallin le proprie divisioni di IT Development, dove vengono creati i software per tutte le unità di business del gruppo all’interno del mondo baltico. Ma all’avanguardia di questo sviluppo tecnologico ci sono soprattutto le aziende estoni, come GrabCAD, un social network che coinvolge il dieci per cento degli ingegneri meccanici del pianeta.
Le ragioni di questo successo sono molteplici. Le scuole forniscono agli studenti un’ottima preparazione in fisica e matematica, secondo una tradizione che risale agli anni Ottanta. Antti Vilpponen, amministratore delegato e co-fondatore di ArcticStartup, un sito che sostiene l’imprenditoria regionale, è convinto che i pilastri alla base del boom tecnologico siano tre: la leadership politica, una certa predisposizione mentale e un esempio vincente, rappresentato da Skype.
Il presidente della Repubblica, Toomas Hendrik Ilves, è l’emblema stesso della politica 2.0. Non si separa mai dal suo MacBook Air e dal suo Ipad 2, utilizza costantemente i social network ed è uno dei pochi leader politici europei a scrivere personalmente i propri tweet, come ha confermato qualche settimana fa durante un dibattito con l’economista premio Nobel Paul Krugman.
Dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, nel 1991, l’Estonia decise di puntare sulla flat tax, un sistema di tassazione non progressivo, di origine friedmaniana, per attirare investimenti e promuovere il boom dell’informatica. Ma la chiave di volta è stato il successo di Skype. La compagnia, infatti, è stata creata dallo svedese Niklas Zennstrom e dal danese Janus Friis, ma il software è stato sviluppato da tre estoni, Ahti Heinla, Priit Kaseslau e Jaan Tallin. «C’è bisogno di una storia di successo locale per la legittimare la creazione di start-up come possibilità di business», sottolinea Taavet Hinrikus, fondatore di TransferWise, un servizio di cambio valute.
Il terzo fattore che spiega le magnifiche sorti dell’Estonia 2.0 è la sensibilità culturale, forgiata nei decenni di dominio sovietico: «L’essere stati oppressi costituisce un elemento fondamentale della nostra psicologia», spiega il presidente Ilves. «Pochi – dice – vogliono mantenere i legami con l’epoca comunista, i più guardano avanti, perché intendono liberarsi dell’eredità passata». Si tratta di un elemento comune agli altri Paesi dell’Est, la cui crescita economica - a prescindere dai singoli casi e dalle specifiche performance - è anche il frutto di questa mentalità. Hinrikus aggiunge un ulteriore elemento: «Durante l’era sovietica non c’era nessuno ad aiutarti, dovevi fare tutto da solo. Così si è creata quell’attitudine a risolvere i problemi autonomamente che è alla base delle start-up». L’esiguità dello spazio estone, poi, ha costituito un incentivo ad aprirsi al mondo, come ricorda Heikki Haldre, amministratore delegato di Fits.me, un servizio per il commercio on line di articoli di moda: «Le dimensioni del nostro mercato ci hanno forzato a creare idee che fossero globali per natura».
Il boom di start-up non significa necessariamente floridità economica. Perché il sistema si consolidi è necessario compiere un passo ulteriore e creare compagnie strutturate, in grado di competere sui mercati internazionali. L’Estonia resta uno dei Paesi più poveri d’Europa, con un Pil pro capite che supera di poco i 13.000 euro annui – meno della metà della vicina Svezia, per capire - e una disoccupazione alta, 16,8 per cento nel 2010. Tuttavia, considerato il quadro di partenza, le prospettive sono ottime. Tallin si trova ad uno stadio più avanzato rispetto agli altri Stati baltici: la Lituania ha un reddito pro capite di 11.000 euro, la Lettonia non arriva neppure a 10.000. Lo scoppio della bolla speculativo ha condotto a quattro anni di depressione economica, nel solo 2009 il Pil è crollato del quindici per cento, ma i programmi di austerity hanno funzionato e i conti pubblici sono in ordine, tant’è che il primo gennaio 2011 Tallin è entrata a fare parte dell’eurozona. Lo shock finanziario è stato assorbito e il Paese dell’e-taxes, dell’e-voting e dell’e-health guarda con fiducia al futuro. Euro permettendo, s’intende.


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/estonia-start-up#ixzz1zwJw3eAL

venerdì 6 luglio 2012

Sindaco di Roma sbrocca contro i suoi Parenti che ha piazzato in ATAC


IL CASO

Alemanno contro i suoi
"Mi avete preso in giro"

L'Atac e Aurigemma nel mirino. Arrivano i tecnici esterni. "Mi avevano garantito che non c'erano più problemi, promesse mai mantenute"

di GIOVANNA VITALE
"Adesso basta, sono venti giorni che mi prendete in giro. Mi sono rotto delle vostre storielle. Stavolta andrò sino in fondo e chi di voi mi ha raccontato balle non la passerà liscia". È stanco, il sindaco Alemanno. Stanco di sentire l'assessore Aurigemma ripetergli  -  a ogni guasto, ritardo o disservizio  -  che è tutta colpa ora dei macchinisti, ora dei sindacati, ora del caso cinico e baro, e comunque non succederà più. Stanco di assistere allo scaricabarile di Atac circa fantomatici scioperi bianchi che impedirebbero il regolare funzionamento della B1. Stanco delle giustificazioni di Roma Metropolitane, secondo cui non ci sarebbe alcun difetto né di progettazione né infrastrutturale.


"Non più tardi di tre giorni fa queste società mi avevano garantito che non c'erano problemi tecnici e che, una volta risolti i nodi sindacali, non ci sarebbero state più difficoltà. Invece, con una puntualità inaccettabile, stamattina la metropolitana si è bloccata", sbotta Alemanno a metà giornata.


"Quanto mi era stato promesso non è stato mantenuto. Io non faccio collaudi, non costruisco metropolitane: c'è chi è pagato per questo, c'è chi ha preso degli impegni che non è stato in grado di rispettare". È furibondo, l'inquilino del Campidoglio. Ha compreso che più di un manager e persino il suo assessore ai Trasporti gli ha mentito su quel maledetto deviatoio che non 
ne vuol sapere di far passare i treni.


Così, quando alle 8,30 gli comunicano che la tratta BolognaConca d'Oro s'è fermata di nuovo, lui non ci vede più. Prima si attacca al telefono per cercare di capire quale diavolo sia l'intoppo. ("Questa volta non pare proprio sia un problema di operatori, ma tecnico", il verdetto iniziale). Poi va da solo alla stazione Conca d'Oro per farsi spiegare personalmente cos'è davvero accaduto. ("Stanno venendo fuori cose gravi e inspiegabili", dirà all'uscita).


Infine, all'ora di pranzo, convoca nel suo studio Aurigemma, l'ad di Atac Tosti e il direttore generale Cassano e gli dà l'ultimatum: "Fino a ieri mi avevate garantito che la linea era a posto. Io mi sono fidato. Perciò adesso o risolvete la questione, o vi caccio tutti".


Ma l'asse Aurigemma-Cassano non si fa trovare impreparato: "Guarda sindaco che è colpa dell'addetto allo scambio, sempre il solito, che già l'altra volta s'era assentato per andare in bagno", la scusa studiata a tavolino. "È un Rsu della Cgil, è anche andato alla manifestazione che il Pd ha organizzato l'altra settimana in IV municipio, è lui l'epicentro del complotto: stamattina si è messo in ferie senza preavviso e il turno è rimasto scoperto. Stai tranquillo, lo puniremo". Una trappola con tanto di alibi e capro espiatorio: Alemanno li sta a sentire, pare convincersi e un po' si rasserena.


Fino a un certo punto, però. I collaboratori più stretti gli suggeriscono cautela. E infatti, mezz'ora dopo, firma l'ordinanza con cui istituisce la commissione d'inchiesta, composta esclusivamente da tecnici esterni, che sveli l'arcano. "Possibile che basti un uomo solo per mandare in tilt l'infrastruttura più importante di Roma?" ci si chiede in Campidoglio.


"Non ci sarà a monte un malfunzionamento del software che impedisce al deviatoio di aprirsi? E se questa criticità era nota, perché il sindaco non è stato informato?". Sospetti che non escludono colpevoli. "Perciò ho voluto una commissione di verifica esterna", spiegherà a sera Alemanno: "Perché tutto venga alla luce e chiunque abbia delle responsabilità, siano sindacati o dirigenti, le paghi fino in fondo".
(06 luglio 2012)

mercoledì 4 luglio 2012

ACTA: BERLINGUER E DE ANGELIS (PD), “EUROPA BALUARDO DIRITTI, ANCHE IN RETE”


ACTA: BERLINGUER E DE ANGELIS (PD), “EUROPA BALUARDO DIRITTI, ANCHE IN RETE”

PUBBLICATO DA  IL 4 LUGLIO 2012
TAG:
“Con questo voto, l’Europa si conferma baluardo dei diritti fondamentali anche per quanto riguarda la libera condivisione dei contenuti nello spazio digitale.
Non era infatti ammissibile che l’attività criminale di contraffazione delle merci venisse messa sullo stesso piano degli illeciti commessi dai singoli internauti senza fini di lucro. Da adesso in poi si apre una riflessione su un nuovo e più moderno copyright, che possa coniugare il diritto all’accesso con la definizione di nuovi modelli economici in grado di remunerare efficacemente gli artisti e le industrie creative”.
Questo il commento alla bocciatura da parte del Parlamento europeo di ACTA, il controverso accordo internazionale anticontraffazione, degli eurodeputati del Pd Luigi Berlinguer, coordinatore per il Gruppo S&D in commissione Affari giuridici e Francesco De Angelis, shadow rapporteur di Acta in commissione Industria del PE.